Recensione: Il diario di Jack

Jack Giamoro (Ben Affleck) dirige un’agenzia dello spettacolo a stretto contatto con i suoi unici amici/soci Arlene (Gina Gershon), Alan (Kal Penn), e Morty (Mike Binder). La sua vita non potrebbe andare meglio: oltre ad essere il migliore nel suo campo, ha una bellissima moglie (Rebecca Romijn) e vive nel lusso. Eppure qualcosa lo turba e, per riuscire a capire se stesso, frequenta un corso di autocoscienza gestito dal professor Dr. Primkin (John Cleese), che consiglia di tenere un diario personale, segreto, per analizzare la propria vita da soli.
Anche se all’inizio Jack è scettico sulla terapia, col tempo si appassiona alla pratica e scrive qualsiasi pensiero gli venga in mente, dagli episodi della sua infanzia ai lati oscuri del suo lavoro. Se psicologicamente le cose potrebbero essere migliorate (e alla fine la terapia funzionerà), in realtà, a causa del diario, la situazione precipita, perché le sue scritture vengono prese da una giornalista, pronta a pubblicare ogni parola sul suo giornale pur di rovinarlo.
Il diario di Jack (Man about town), film diretto da Mike Binder, è la psicanalisi della vita di un manager di successo, che alla fine del film (il classico happy end), la maggior parte del pubblico non avrà apprezzato, rischiando la noia.
La motivazione di tale delusione (in America la pellicola è stata un flop, tanto da essere venduta home video; da noi arriva con due anni di ritardo nel periodo estivo, che regala ben pochi capolavori) è da ricercarsi sulla sceneggiatura: una storia che poteva risultare piacevole e interessante si riduce ad un nulla di fato, perché i segretissimi appunti nel diario di Jack non hanno nulla di interessante e il ritmo è soporifero, interrotto da continui flashback (il racconto del passato scritta del protagonista) e gag che non hanno nulla a che vedere col film (inseguimento a China Town con tanto di scimmiottamento di mosse di kung fu; pestaggio del ladro del diario; cinque minuti di Basic Instinct in un’audizione).
La sceneggiatura penalizza anche l’interpretazione dei personaggi (si salvano solo i personaggi secondari, come il padre e il professore, troppo snobbati), che spesso rimangono in tristi silenzi privi di tensione, come se aspettassero che la voce fuori campo arrivi a tappare il vuoto narrativo e, seppur sia continua per tutta la durata, in certi momenti non basta.
Concludendo: troppa carne al fuoco poco interessante, a sostegno dell’idea che tutti gli uomini siano imperfetti, non basta per realizzare un bel film, ma semmai una pellicola imperfetta.
2 Commenti
Scritto da Diego Odello
Termini legati all'articolo: Ben Affleck, Gina Gershon, John Cleese, Man about town, Mike Binder, Rebecca Romijn.















Sinceramente…mi ha fatto venire sonno…un’ottimo rilassante!
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