Recensione: Dr. Plonk

La fine del mondo è vicina: il Dr. Plonk (Nigel Lunghi), esimio scienziato del 1907 ha scoperto che il pianeta in cui viviamo finirà 101 anni dopo, ovvero nel 2008.
Se i suoi calcoli fossero esatti l’umanità intera dovrebbe tremare, invece tutti lo deridono. Non credono a lui e dunque lo deridono il suo vessato assistente Paulus (Paul Blackwell), la sua compagna di vita, la signora Plonk (Magda Szubanski) e il primo ministro Stalk (Wayne Anthoney).
L’unico modo per riacquistare credibilità e dimostrare all’intera popolazione mondiale che la sua teoria è valida è quello di creare una macchina del tempo, per potersi catapultare nel futuro e trovare delle prove concrete.
Dr. Plonk è un bizzarro film diretto, creato e prodotto da Rolf de Heer, un regista olandese (ma da quando ha otto anni abitante in Australia) sperimentatore di generi, che per questa pellicola rispolvera la strumentazione degli inizi di secolo, creando un film muto in bianco e nero, con tanto di didascalie tra le scene al posto del parlato e colonna sonora creata con violino, fisarmonica, contrabbasso e pianoforte.
La sua opera, un film che mescola la comicità dell’epoca, fatta di calci nel sedere, scivoloni e fughe, a tematiche attuali, ha il grande merito di riuscire con pochi mezzi (i costumi, la macchina del tempo e le ambientazioni povere sono stati creati con materiali di scarto o recuperati tra gli avanzi dei magazzini) e un cast risicato, dove l’attore protagonista è un artista di strada, a lanciare più di un messaggio d’allarme allo spettatore.
Come ci vedrebbe un viaggiatore del tempo che arriva dal passato? Probabilmente come degli esseri col cervello lobotomizzato dalla televisione, incuranti dell’ambiente (il Dottor Plonk alla fine viene accusato di terrorismo per aver parlato di minaccia al pianeta), incapaci di intraprendere relazioni interpersonali e con uomini inetti al potere (il primo ministro del futuro pensa solo a giocare col computer).
Concludendo:il film agli occhi delle nuove generazioni può sembrare noioso, ma chi ha un pò di conoscenza delle origini del cinema non potrà non apprezzare la bravura di Rolf De Heer nel mettere in piedi una rappresentazione così credibile del cinema del passato.
Consigliato solo agli amanti della storia del cinema e ai curiosi.
Termini legati all'articolo: Magda Szubanski, Nigel Lunghi, Paul Blackwell, Rolf de Heer, Wayne Anthoney.
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