Recensione: Denti

Dawn O’Keefe (Jess Weixler), la figlia più piccola in una famiglia composta dalla madre , il patrigno e il fratellastro cattivo e incestuoso Brad (John Hensley), è una oratrice del gruppo scolastico, che difende il valore di arrivare vergini al matrimonio, almeno fino a quando nella sua vita non compare Tobey, un ragazzo con le sue stesse convinzioni, di cui si invaghisce.
Proprio quando Dawn e Tobey stanno per trasformare i loro desideri in realtà, la ragazza ci ripensa e la cosa non va giù al suo compagno, che decide di abusare sessualmente di lei: impotente di fronte alla fisicità di lui, Dawn non può far altro che provare ad urlare e a dimenarsi, ma per fortuna c’è la sua vagina, che dentata, evira il ragazzo che, privato del suo pene, scappa via.
Mitchell Lichtenstein, dirige la sua opera prima Denti (Teeth), con la quale vince il premio speciale della giuria del Gérardmer Film Festival (al Sundance a ricevere la menzione della giuria è stata l’attrice protagonista Jess Weixler), crea scandalo e fonde la commedia all’horror facendosi beffa dei tanti film splatter e per teenager proiettati ai cinema.
Il film è un horror anomalo, perché, a parte i classici aspetti di un film di genere come urla, sangue, tensione, per gran parte della sua durata è più una commedia per teenager che punta il dito contro la facilità con cui vengono fatte al giorno d’oggi le esperienze sessuali (fino a sfiorare l’aspetto dell’incesto).
Lo stile lineare e fluido nel racconto, la trama ben sviscerata, i colori e le ambientazioni che ricordano in certi momenti il premio oscar Juno, i riferimenti sessuali camuffati (i tronchi di albero con buchi tondi in primo piano, le forme ambigue delle rocce nella grotta), il percorso che porta Dawn dall’iniziale timore per la sua anormalità, all’accettazione della sua diversità, sono tutte caratteristiche positive per seguire lo svolgimento del film, ma non sufficienti a renderlo emozionante al punto da poter parlare di un capolavoro: se si esclude l’irriverenza con la quale tratta la sessualità giovanile e qualche particolare un po’ schifoso post evirazione, Denti è troppo ridicolo per essere un horror e troppo serioso per essere una commedia coinvolgente.
Concludendo: in Denti ci sono due vincitori morali, cioè la categoria femminile, che vedono materializzato il loro predominio sull’universo maschile, nella presa di coscienza della protagonista del grande potere che ha con la vagina dentata e il regista, che è riuscito a creare scompiglio soltanto con il suo coraggio nell’osare di più, uscendo fuori dalle consuete regole del buongusto.
Commenta!









































Commenti:
Commenta su "Recensione: Denti"