Manto Acuìfero, recensione in anteprima

Michael Rowe, di origine australiana ma messicano di adozione da quando si trasferì nel 1971, è un regista collocabile nell’avanguardia del cinema messicano contemporaneo. Con il suo primo lavoro, “Año bisiesto”, nel 2010 ha vinto la Camera D’Or al Festival di Cannes e con “Manto acuìfero“, in Concorso al Festival Internazionale del Film di Roma, consegna il suo secondo capitolo della Trilogia della Solitudine.

ITALY-ROME-CINEMA-FESTIVAL

Nel film si racconta la storia di Caro, una bambina di otto anni, i cui genitori hanno divorziato. Caro adesso vive con sua madre e il suo nuovo compagno Felipe, in una casa lontana dal caos e pericolosità di Città del Messico, circondata dal verde e dalla natura, elemento nel quale si trova perfettamente a suo agio. Il suo rapporto con la madre sembra sereno ed amorevole, se non fosse che sin da subito la bambina manifesta il suo disagio per il nuovo ambiente e la nuova vita. Rowe ci mostra una madre pronta a prendersi cura del suo cucciolo ma anche incapace di percepirne il suo malessere, costringendola delle volte ad accettare incondizionatamente una nuova figura paterna.

La bambina così legata al ricordo del padre, un entomologo, trasferisce ed esorcizza la sua tristezza dedicandosi alla natura che la circonda, parlando con gli insetti che diventano le sue bambole, nonché costruendosi un giaciglio, personale e segreto, lontano dagli adulti. Il regista si focalizza sul punto di vista di Caro e lascia i discorsi degli adulti sempre fuori campo, ma a portata d’orecchio della bambina, quasi a voler sottolineare come dei bambini, in tutto e per tutto, andrebbe preservata la spensieratezza, almeno fino a che l’età adulta non incombe.

CAST
Regia: Michael Rowe
Sceneggiatura: Michael Rowe
Fotografia: Diego García
Montaggio: Ares Botanch, Óscar Figueroa Lara
Scenografia: Eugenio Caballero
Costumi: Anna Terrazas
Suono: Sergio Díaz
Cast: Zaili Sofía Macías Galván, Tania Arredondo, Arnoldo Picazzo

Foto | TIZIANA FABI/AFP/Getty Images